ALLENAMENTO GIOVANILE

La capacità di prestazione sportiva dipende dal carico d’allenamento definito carico esterno, che è programmabile e valutabile. Ogni tipo di carico esterno provoca una precisa reazione nell’organismo che tende a sfruttare un particolare sistema organico, tale tipo di lavoro è definito carico interno.

Conoscere le relazioni tra la struttura del carico esterno ed il carattere del carico interno, è uno degli elementi più importanti della programmazione dell’allenamento, specialmente se esso è indirizzato a soggetti in età evolutiva.

Chi opera nel settore sportivo sa che una delle preoccupazioni più sentite dai genitori è quella di trovare lo sport più adatto per i propri figli. Normalmente la domanda che più spesso viene fatta è  quale sia lo sport “più completo”. La risposta che si da in questi casi è che non esiste uno sport completo in assoluto, in quanto ogni attività fisica quando viene indirizzata in una specializzazione, promuove nel praticante certe caratteristiche a discapito di altre.

Per prima cosa occorre capire se la richiesta di svolgere un’attività fisica organizzata proviene dal bambino o dal genitore. Il bambino deve divertirsi a fare quello che fa, quindi iscriverlo ad un corso magari prestigioso, dove però il piccolo allievo non si trova a suo agio, è sicuramente deleterio.

Normalmente i corsi di avviamento allo sport accettano i piccoli principianti dai cinque anni, in questo periodo di crescita il bambino ha forti motivazioni allo sport e quando si appassiona ad un’attività motoria, ovviamente sotto forma di gioco, manifesta un grosso impegno e motivazione dominante. I fattori primari che agiscono da molla sono il gioco e l’agonismo che traduce in realtà i bisogni del tutto naturali in questa età, se gestito e controllato adeguatamente, l’agonismo, favorisce la crescita psichica ed emotiva dell’allievo. Iscrivere un bambino ad un corso di avviamento allo sport, significa agire sullo sviluppo fisico e psichico, la cosa importante è che sempre l’attività venga prospettata come qualcosa di divertente sia da parte dei genitori che degli insegnanti, onde evitare psicopatologie dell’atleta, a dimostrazione che lo sport in certi suoi eccessi non fa sempre bene!

Mentre l’atleta adulto lavora e si allena in funzione del risultato, ciò non deve assolutamente avvenire nel bambino. Non ha ragione di essere, dunque, il timore di alcuni genitori che il proprio figlio non possa diventare un campione, lo stress agonistico deve essere assolutamente evitato, l’ansia potrebbe essere maggiore del piacere della pratica sportiva, ecco perché la specializzazione va ritardata il più possibile.

Chiarito questo, occorre capire di che cosa ha bisogno un bambino in età compresa tra i cinque e i sette anni. Occorre innanzi tutto tenere conto dell’ambiente di provenienza del bambino; in ambiente urbano i bimbi sono letteralmente deprivati sul piano senso-motorio: innumerevoli ore davanti alla televisione, al computer, ai videogiochi e gli spazi sono ristretti e monotoni. Questa innaturale restrizione motoria produce forti mancanze nel campo delle abilità motorie che dovranno essere recuperate dall’insegnante sportivo. In ambiente rurale, il bambino già a cinque anni si arrampica sugli alberi e gioca all’aperto e non ha un tale gap da recuperare. L’attenzione per la scelta di un programma di avviamento allo sport deve considerare il fattore di crescita, il fattore psicologico, la strutturazione delle attività basilari di moto e le modalità di apprendimento.

Tra i cinque e sei anni l’apparato osseo cresce maggiormente rispetto a quello muscolare, quindi la colonna vertebrale può tendere ad incurvarsi. Dai sette anni aumenta la capacità respiratoria e se in questo periodo di crescita manca un’adeguata attività fisica, la colonna vertebrale e la gabbia toracica soffrono particolarmente. Dagli otto anni invece c’è un aumento della massa e della forza muscolare che con un’adeguata attività si compensano le carenze dei periodi precedenti.

Per quanto riguarda il fattore psicologico, il gioco fra bambini di cinque anni è caratterizzato da continui litigi ed aggressioni anche violente ma di breve durata. Dai sei anni invece, ci sono progressioni nell’acquisizione della consapevolezza del proprio corpo e della propria psiche. Il bambino inizia anche a comprendere come gli altri lo vedono  e lo giudicano, richiede rispetto e considerazione, reagisce ai rimproveri ed alle gratificazioni. Il bimbo di sette anni manifesta un notevole interesse per il proprio corpo e si diverte ad esplorare le caratteristiche e le capacità. Aumenta inoltre la capacità di socializzazione e tendono a diminuire le tendenze egocentriche. Verso gli otto anni il bambino ha bisogno di autorealizzarsi anche in funzione dei modelli che l’adulto gli dà!

Lo sviluppo delle attività basilari di moto deve essere rispettato nel tempo e nelle scadenze evolutive, non può essere anticipato ma solo agevolato e preparato. Nel periodo di crescita c’è un’evoluzione neurofisiologica che sviluppa il lato sinistro e destro del corpo, ogni lato ha le sue funzioni, questo processo porta alla “laterizzazione”, cioè la divisione del lato del controllo nervoso delle due metà del corpo. Senza laterizzazione non si è in grado di compiere efficacemente dei gesti sportivi. A questi gesti va aggiunto lo sviluppo dello schema corporeo, cioè l’immagine che il bambino ha di sé. Occorre che il bambino sperimenti tutte le possibilità strumentali del proprio corpo, sia nelle posizioni statiche che in movimento: sdraiato, in piedi, seduto, a testa in giù, in tutti i tipi di movimento, in rotolamento, in caduta e così via. Lateralizzazione, schema corporeo e organizzazione spazio-temporale, sono i presupposti ed il risultato della maturazione del bambino. Proporre ad un bambino un’attività per la quale non sia ancora maturo, può essere improduttivo e controproducente.

Altro punto da considerare è l’apprendimento, non sempre quello per imitazione è proficuo, l’allievo può eseguire i gesti motori solo se precedentemente è stato posto in grado di avere imparato esperienze motorie più semplici ed elementari che fungono da “mattoni” per costruire quello più complesso. L’obiettivo è quello di instradare l’allievo sulla via di una buona esecuzione motoria, affinché il bimbo acquisisca padronanza dei gesti. A partire dai cinque anni, l’apprendimento motorio deve avvenire sempre per gradi in forma gioiosa e ludica. I bambini imparano dai propri errori, l’insegnante quindi, deve stimolare le capacità autocorrettive dell’allievo, motivandolo all’attenzione e ripetizione, per evitare che si ritragga dal ripetere l’esperienza.

L’attività sportiva ideale è quella gestita da un insegnante competente che conosca bene tutti questi fattori e che stimola correttamente per gradi, lo sviluppo delle capacità del bambino.

L’istruttore può divenire più importante nella scelta della disciplina sportiva, il genitore dovrebbe assicurarsi che nei primi tempi di pratica sportiva, il bambino sia indirizzato verso un percorso di crescita fisica e psicologica in cui l’agonismo venga coltivato e gestito senza esasperazione!!!

(tratto da articoli vari a cura del Prof. Mario Testi, Giancarlo Pellis e Alessandro Ruffilli)

SILVIA

 

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